07 Aprile 2026
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Il conflitto in Medio Oriente accelera la rivalutazione del rischio Paese e aumenta i rischi di mancato pagamento
Il conflitto in Medio Oriente e l’interruzione dello Stretto di Hormuz hanno innescato una revisione generalizzata dei rischi di mancato pagamento, con i declassamenti che superano nettamente i miglioramenti. Cinque Paesi sono stati declassati (Kuwait, Qatar, Serbia, Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti), mentre solo tre hanno beneficiato di un miglioramento (Azerbaigian, Costa Rica e Kazakistan). I declassamenti riflettono sia effetti di primo livello – come l’aumento dei costi degli input e le crescenti carenze di offerta che comprimono la redditività – sia fragilità domestiche preesistenti, ad esempio la situazione fiscale del Regno Unito. Gli effetti di secondo livello colpiranno soprattutto le economie con una tripla esposizione (energia, conto corrente e finanza pubblica): in particolare Ucraina, Giordania, Pakistan, Kenya ed Etiopia, seguite da Ghana, Egitto, Sri Lanka, Turchia e Marocco. In Asia, l’attenzione è massima su Indonesia, Thailandia, Filippine e Taiwan. Stanno emergendo anche effetti di terzo livello: il rallentamento dell’accumulo di riserve valutarie e condizioni di finanziamento esterno più restrittive stanno alimentando premi per il rischio sovrano più elevati e costi di servizio del debito in aumento, soprattutto nei Paesi più vicini al conflitto o con cuscinetti esterni deboli, come la Turchia, dove le riserve lorde sono diminuite di circa il 25%.
Il conflitto colpisce i settori: il rischio di mancato pagamento torna a peggiorare
Le valutazioni del rischio settoriale – che misurano il rischio di mancato pagamento – hanno registrato un marcato deterioramento, invertendo il trend di miglioramento osservato dalla metà del 2025. I settori trasporti a livello globale e energia nei Paesi del GCC sono i più colpiti, trovandosi direttamente al centro delle tensioni geopolitiche. Con 21 declassamenti settoriali a fronte di soli sei miglioramenti – uno dei saldi negativi più forti dalla fine del 2022 – l’impatto è già evidente. I Paesi del Golfo rappresentano oltre la metà dei downgrade, in particolare nei settori energia e trasporti. Nel trasporto marittimo, il forte aumento dei prezzi del bunker fuel (circa +70%) ha spinto i costi operativi complessivi a +25%, mentre i noli sono cresciuti solo modestamente (+16%), comprimendo i margini in un contesto di domanda debole. Il settore aereo mostra una dinamica diversa: nonostante i prezzi del carburante per aerei abbiano raggiunto massimi storici, un maggiore potere di prezzo ha consentito aumenti significativi delle tariffe (fino a +70% su alcune rotte di lungo raggio). Tuttavia, le compagnie affrontano forti discontinuità operative, con oltre 70.000 voli cancellati, la chiusura dei principali hub mediorientali e perdite turistiche potenziali fino a 55 miliardi di dollari, accompagnate da un calo di circa il 30% degli arrivi internazionali nel 2026. Le fragilità stanno riemergendo anche in settori già indeboliti, in particolare chimica e metalli in Europa, segnalando un ampliamento dell’impatto dello shock. Nell’UE, il gas naturale rappresenta circa il 40% dei consumi energetici finali dell’industria, lasciando i settori chimico, siderurgico e del cemento – già in fase di ridimensionamento – esposti a margini ancora più compressi nel 2026.
Cresce il rischio di effetti di secondo livello: lo shock si estende lungo le catene globali
Oltre agli effetti di primo livello, sta aumentando il rischio di impatti di secondo livello più ampi e persistenti. Il ruolo centrale del Medio Oriente nella fornitura di input critici – come GNL, fertilizzanti, alluminio, elio e zolfo – sta spingendo al rialzo i costi lungo l’intera catena del valore globale, dall’agroalimentare alla manifattura, dalla sanità alla tecnologia. I mercati emergenti restano i più esposti, seguiti dall’Europa, dove i settori ad alta intensità energetica affrontano nuove riduzioni di capacità, mentre fiducia dei consumatori e potere di prezzo iniziano a mostrare segnali di deterioramento. Se lo shock dovesse protrarsi, la combinazione di condizioni finanziarie più restrittive, domanda più debole e costi degli input in aumento potrebbe innescare una frenata più sistemica dell’economia, riecheggiando – o addirittura accelerando – le dinamiche osservate durante la crisi energetica del 2022.
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