23 Marzo 2026
Sommario
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ETS sotto pressione: crisi geopolitica e tensioni politiche fanno crollare il prezzo del carbonio
A differenza degli episodi precedenti di volatilità, principalmente legati ai fondamentali energetici, le turbolenze attuali riflettono un crescente interrogativo politico sul disegno di lungo periodo dell’ETS, aggravato dalle preoccupazioni sulla competitività industriale in vista del phase-out delle quote gratuite. La pressione geopolitica legata all’Iran accentua questo rischio. L’uso dei ricavi ETS per sostenere i prezzi o per interventi diretti sul mercato rischia di compromettere la funzione di indirizzo del sistema o creare pericolosi effetti di lock-in.
Tre criticità ETS: protezioni in calo, industria in ritardo, ricavi inefficienti
Ai prezzi attuali, un’esposizione completa costerebbe lo 0,9% del valore aggiunto lordo dell’industria — un peso significativo per le imprese energivore, che non possono trasferire i costi del carbonio ai clienti data l’elevata concorrenza internazionale, gli alti costi energetici e il limitato effetto compensativo del CBAM. Dal 2005, le emissioni del settore elettrico sono diminuite del 54%, mentre quelle industriali da combustione sono scese del 33%. Le rinnovabili permettono di decarbonizzare con costi inferiori a 50 EUR/tCO₂, mentre opzioni industriali come l’idrogeno verde e l’acciaio low‑carbon superano ampiamente i 100 EUR/tCO₂. L’incertezza persistente dei prezzi — con le quote oscillanti tra 50 e 98 EUR/tCO₂ dal 2022 — ha ulteriormente indebolito la logica d’investimento per trasformazioni industriali capital‑intensive. Inoltre, solo il 16% dei ricavi riciclati ritorna a energia e industria, i settori coperti dall’ETS, mentre il 51% va a settori non coperti. Tra il 2013 e il 2024, 41 miliardi di euro non sono stati utilizzati per il clima, creando il rischio di una trappola di finanziamento in cui l’industria sopporta costi crescenti senza il capitale necessario per decarbonizzare.
ETS2: un vantaggio che si sta rapidamente assottigliando
A differenza dell’ETS1, in cui la barriera principale erano i costi di abbattimento, nei trasporti e negli edifici esistono già alternative low‑carbon competitive. Le barriere rimanenti sono politiche e finanziarie: 113 miliardi di euro annui di sussidi ai combustibili fossili indeboliscono il segnale di prezzo; continui ripensamenti politici su caldaie fossili; veicoli elettrici ancora troppo costosi; e strumenti di finanziamento non attrezzati per gestire costi di transizione su larga scala a livello domestico. Con un’esposizione potenziale delle famiglie fino a 420 euro l’anno entro il 2030, queste scelte politiche vanno affrontate prima dell’arrivo del prezzo del carbonio nel 2028.
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