31 Marzo 2026

Sommario

Il PIL globale è previsto al +2,6% nel 2026 (rivisto al ribasso di –0,5 punti), l’inflazione al 3,2% negli Stati Uniti e al 3,0% nell’Eurozona quest’anno (rivista al rialzo di +0,7 e +1,1 punti). La crescita del commercio globale è attesa a +1,5% nel 2026 (rivisto al ribasso di –0,5 punti). La crescita dovrebbe mantenersi al +2,1% negli USA e +0,8% nell’Eurozona, mentre i deficit rimarranno elevati: –7% del PIL negli USA e –3,0% in Europa, con costi del debito più alti che limitano lo spazio di intervento. I prezzi del petrolio dovrebbero stabilizzarsi attorno a 80 USD al barile alla fine del 2026, dopo aver toccato un picco record nel primo trimestre 2026 a causa della volatilità geopolitica. La Federal Reserve dovrebbe ignorare il picco dell’inflazione e mantenere i tassi fermi, con un solo taglio previsto all’inizio del 2027. La BCE probabilmente effettuerà un rialzo di 25 punti base per stabilizzare le aspettative, poi si fermerà mentre la crescita rallenta. Entrambe le banche centrali considereranno lo shock temporaneo nello scenario base, ma pressioni energetiche più prolungate potrebbero portare a una risposta più restrittiva.

Le economie con triplo deficit – cioè deficit fiscale, delle partite correnti e energetico – sono particolarmente vulnerabili a fughe di capitali, inflazione più elevata e rischi di recessione. I Paesi del GCC affrontano rischi su commercio, turismo e real estate, nonostante ampi buffer finanziari, e le loro previsioni di crescita sono state riviste al ribasso di –2,1 punti percentuali. Per l’Asia, il vento favorevole di crescita di fine 2025 pari a +0,2 punti è stato completamente assorbito dallo shock. L’America Latina risulta invece relativamente più protetta, con Paesi come Argentina, Brasile e Messico che beneficiano del loro ruolo di esportatori di materie prime.

L’aumento dei prezzi di energia, metalli e fertilizzanti sta generando uno shock da costi in un contesto di domanda debole e di dazi statunitensi elevati, attesi intorno al 10%. I produttori di energia e il settore della difesa ne traggono beneficio, mentre i settori ad alta intensità energetica, i trasporti e i comparti consumer subiscono una pressione crescente sui margini. Condizioni finanziarie più rigide e una domanda più debole dovrebbero spingere al rialzo le insolvenze globali nel 2026. Le principali sfide all’orizzonte sono il peggioramento della fiducia dei consumatori, la debolezza dei mercati del lavoro e la riduzione del potere d’acquisto, aggravate dal livello elevato dei prezzi di carburanti e alimentari.

Dallo scoppio del conflitto in Medio Oriente, gli investitori si sono spostati con decisione verso una modalità di risk‑off di tipo stagflazionistico. Le curve dei rendimenti sono salite e si sono irripidite nella parte breve (+50–90 punti base sul front‑end; +40–70 punti base sul long‑end) poiché i mercati stanno incorporando un picco inflazionistico di breve periodo e, di conseguenza, reazioni più aggressive da parte delle banche centrali (le attese sui tassi di fine anno per Fed e BCE sono aumentate rispettivamente di 60 e 90 punti base). Allo stesso tempo, la domanda estera sembra indebolirsi mentre le banche centrali dei mercati emergenti utilizzano le riserve valutarie per stabilizzare valute in calo e finanziare importazioni elevate di petrolio e gas. Il timore per la crescita si riflette nelle perdite diffuse dell’azionario (USA: –8%, Europa: –10%, EM: –12%) e in una marcata corsa verso il bene rifugio per eccellenza: la liquidità in dollari (USD trade‑weighted +2,5%). Anche l’oro ha invertito la rotta (–13%), annullando il rally eccezionale precedente e subendo pressioni di vendita da parte dei Paesi che stanno utilizzando le proprie riserve per pagare l’energia. Gli spread creditizi si sono ampliati solo moderatamente (+13 bps per l’IG europeo; +26 bps per l’HY), in linea con quanto visto in altri shock geopolitici. È importante sottolineare che i mercati non stanno ancora prezzando un cambio strutturale di regime: le aspettative inflazionistiche di lungo termine (5y5y) restano ben ancorate e i contratti forward sul petrolio per dicembre sono 30 USD sotto il prezzo attuale.

Nel nostro scenario avverso, una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz (oltre 3 mesi) amplificherebbe lo shock economico, con il petrolio che salirebbe temporaneamente a 180 USD/barile e il gas a 200 €/MWh, per poi ridiscendere verso fine anno rispettivamente a 85 USD/barile e 65 €/MWh, a causa della distruzione della domanda. L’economia globale verrebbe spinta in un regime stagflazionistico, con l’Eurozona che cadrebbe in una recessione tecnica (crescita annua a +0,2%) e l’economia statunitense che rallenterebbe in modo significativo per due anni, a causa degli effetti di seconda battuta, mentre una forte correzione dei mercati azionari colpirebbe i consumatori. L’inflazione raggiungerebbe un picco del 4,6% nell’Eurozona e del 4,9% negli Stati Uniti, costringendo le banche centrali a una risposta di inasprimento più aggressiva nonostante il rallentamento dell’economia (BCE: tre rialzi, Fed: due rialzi). Per i mercati dei capitali, ciò implicherebbe un chiaro regime di risk‑off: rendimenti più alti (Treasury USA a 5,7%, Bund tedesco a 3,7%), forti correzioni azionarie con un drawdown massimo del -30% in Europa e del -25% negli Stati Uniti e un allargamento significativo degli spread creditizi (IG europeo fino a 150 bps, HY fino a 440 bps), insieme a un dollaro più forte e a un aumento dello stress di liquidità. In questo scenario, dominano dinamiche non lineari, con shock alla fiducia dei consumatori, deleveraging forzato e tensioni nei mercati privati che amplificano il rallentamento macroeconomico.

Due colleghi parlano di business seduti su un divano

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