09 Aprile 2026

Sommario

Il riscaldamento globale continua ad accelerare: il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, rafforzando gli avvertimenti secondo cui la soglia di +1,5°C potrebbe essere raggiunta già entro il 2030. Di conseguenza, le perdite globali da catastrofi naturali sono aumentate di circa quattordici volte dal 1970, riflettendo l’intensificazione dei pericoli climatici e la crescente esposizione dovuta a urbanizzazione, concentrazione degli asset e crescita della popolazione in aree a rischio. I rischi non crescono in modo uniforme tra pericoli e regioni: l’esposizione alle alluvioni aumenta più rapidamente nel Sud‑Est asiatico e nella regione Medio Oriente e Nord Africa; l’esposizione agli incendi boschivi è cresciuta in modo marcato in Nord America; lo stress da calore si sta estendendo in Africa e Asia, mentre il rischio di siccità rimane concentrato nelle regioni già caratterizzate da scarsità idrica strutturale.

Sebbene la quota di perdite non assicurate sia rimasta relativamente stabile, la loro dimensione assoluta è cresciuta rapidamente, lasciando un volume sempre maggiore di danni senza protezione e centinaia di milioni di persone prive di copertura finanziaria. I gap di protezione superano l’80% in diverse grandi economie, tra cui Messico, Sudafrica, Italia, India e Cina. Spesso i governi assorbono parte di queste perdite tramite interventi ad hoc, ma fare affidamento su tali misure rischia di trasferire passività climatiche crescenti sui bilanci pubblici, aumentando le pressioni fiscali. È dimostrato che eventi meteorologici estremi di ampia portata peggiorano i conti pubblici tra lo 0,2% e l’1,1% del PIL. Parallelamente, gli assicuratori stanno trasferendo il rischio climatico ai mercati dei capitali attraverso i catastrophe bond, con emissioni a livelli record nel 2025, sollevando interrogativi sulla finanziarizzazione del rischio climatico in assenza di un adattamento su scala adeguata e di meccanismi pubblici di condivisione del rischio. In questo contesto, l’adattamento è una forma di politica fiscale preventiva. Tuttavia, la spesa attuale combinata di settore pubblico e privato in Europa è pari a circa lo 0,3% del PIL, ben al di sotto del necessario. Le stime indicano che gli investimenti dovrebbero triplicare fino allo 0,9% del PIL, pari a 67,5 miliardi di euro aggiuntivi all’anno per l’UE‑27 e il Regno Unito.

In molte economie europee lo spazio fiscale è limitato, riducendo la capacità di co‑investimento pubblico necessaria per attrarre capitali privati. I quadri di policy frammentati generano incertezza regolatoria, scoraggiando impegni di lungo periodo. Inoltre, i casi di investimento sono spesso immaturi: mancano strutture bancabili, track record e modelli finanziari robusti. A ciò si aggiungono disclosure sui rischi fisici incoerenti, scarsità di dati sugli impatti dell’adattamento e benefici difficili da misurare e verificare, perché fortemente dipendenti dal contesto. Nel complesso, queste frizioni rendono l’adattamento un’asset class opaca e commercialmente complessa. Superare tali ostacoli richiede azioni coordinate: policy più coerenti e agili, pipeline di progetti più solide, migliore condivisione del rischio, infrastrutture dati più robuste e casi di investimento più convincenti. In questo quadro, classificazione e trasparenza sono fondamentali: senza definizioni chiare e tracciabilità, investitori e governi non possono coordinarsi efficacemente.

Ciò aiuterebbe il settore privato a individuare opportunità di investimento, sosterrebbe lo sviluppo di nuovi strumenti finanziari e contribuirebbe a limitare fenomeni di greenwashing e di “adaptation‑washing”. A tal fine, sviluppiamo una tassonomia di 61 misure di adattamento, costruita a partire dal consolidamento dei framework esistenti, e le classifichiamo in base alle loro caratteristiche economiche e finanziarie sottostanti, in particolare rispetto alla capacità dei benefici di essere monetizzati e catturati da attori privati. Ne emerge una mappatura differenziata delle modalità di finanziamento: il 38% delle misure è prevalentemente pubblico, includendo in particolare infrastrutture su larga scala e interventi di resilienza a livello di sistema; il 23% è prevalentemente privato, concentrato in segmenti scalabili e guidati dall’innovazione, come le tecnologie di raffrescamento e l’analisi del rischio climatico; mentre il 39% rientra nell’ambito pubblico–privato, evidenziando il ruolo centrale dei meccanismi di condivisione del rischio. È importante sottolineare che queste percentuali riflettono la distribuzione delle misure di adattamento, non l’allocazione dei volumi di investimento, che variano in modo significativo tra le diverse attività e risultano ancora difficili da quantificare in modo coerente. Piuttosto che fornire una ripartizione del capitale, la tassonomia offre quindi un quadro strutturale per comprendere l’investibilità delle diverse misure e per orientare i ruoli complementari della finanza pubblica, privata e mista.

Due colleghi parlano di business seduti su un divano

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