22 Giugno 2026
Sommario
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Brexit a 10 anni: né un crollo né una rinascita
La decisione dei britannici del 23 giugno 2016 di votare al 52% a favore della fine di oltre quarant’anni di appartenenza all’Unione Europea ha scosso i mercati e diviso gli analisti. Le previsioni spaziavano da un collasso economico a una vera e propria rinascita. A dieci anni di distanza, un’analisi più attenta mostra quali previsioni si sono realizzate e quali no. Il risultato è stato più sfumato di quanto molti si aspettassero, con indicatori che evidenziano sia punti di forza sia debolezze dell’economia — non tutti necessariamente legati alla Brexit.
La spina dorsale economica della Gran Bretagna: economia della conoscenza, tecnologia ed energia pulita
Le esportazioni di servizi ICT del Regno Unito verso l’UE sono quasi raddoppiate dopo la Brexit, dimostrando la continua competitività dell’economia della conoscenza britannica. Il Regno Unito rimane il secondo esportatore mondiale di servizi finanziari, rappresentando il 21% delle esportazioni globali, mentre rafforza la propria presenza nei mercati europei. Nei mercati privati, il Regno Unito continua ad attrarre più capitale di rischio rispetto a qualsiasi altro concorrente europeo: tra il 2020 e il 2026 ha raccolto circa 164 miliardi di dollari. Nel frattempo, Londra ha mantenuto gran parte della sua rilevanza finanziaria globale: il Regno Unito rappresenta ancora quasi il 50% del trading mondiale di derivati OTC sui tassi di interesse e circa il 38% del turnover globale sul mercato dei cambi. Nel settore dell’energia pulita, il Regno Unito è emerso come uno dei leader in Europa. La produzione eolica è aumentata del 130% dal 2016, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e permettendo l’eliminazione completa del carbone dal sistema elettrico nel 2024.
Scottati dalla Brexit: crescita rallentata, frizioni commerciali e regioni “Leave” in ritardo
Studi indipendenti stimano che il PIL sarebbe stato tra il 2% e il 4% più elevato senza l’instabilità politica e le frizioni commerciali generate dalla Brexit. Dal 2016, le regioni “Leave” hanno generalmente registrato performance inferiori rispetto al complesso del Regno Unito: il 59% della popolazione di queste aree ha visto la propria regione arretrare ulteriormente rispetto alla media nazionale del reddito pro capite. Dopo il voto e l’uscita formale dalle strutture economiche dell’UE il 1° gennaio 2021, la crescita è dipesa sempre più dai lavoratori nati all’estero, che hanno contribuito a oltre la metà dell’espansione del PIL. La Brexit ha aumentato le frizioni e ridotto i flussi commerciali. Sebbene l’UE resti il principale partner commerciale del Regno Unito, le stime strutturali indicano che il commercio tra Regno Unito e UE è circa il 21% inferiore per i beni rispetto a quanto sarebbe stato senza la Brexit. I nuovi accordi commerciali e la diversificazione delle catene di approvvigionamento verso Stati Uniti, Cina e Paesi del Commonwealth non hanno compensato la portata dei legami economici precedentemente esistenti con l’UE. Gli asset britannici continuano a essere scambiati con uno sconto rispetto ai concorrenti internazionali. Una lezione duratura della crisi del “mini-budget” del 2022 è che la credibilità fiscale conta. Gli investitori richiedono ora un premio per il rischio strutturalmente più elevato sugli asset britannici, in un contesto di crescenti squilibri fiscali. Anche i mercati azionari riflettono questo premio: negli ultimi dieci anni, le azioni britanniche hanno sottoperformato rispetto a quelle statunitensi ed europee.
La nostra competenza e il nostro impegno
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